Il condor: metafora della bellezza della normalità

Il condor guarda lontano e vola alto

È il contrario di ciò che facciamo noi

La Stampa –  Martedì, 28 gennaio 2014 –  pag 39 –  Rubrica –  Martedì  I tempi degli animali

https://i1.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/33/Colca-condor-c03.jpg

“Oggi anche l’arte è business, la ragazza col turbante e l’orecchino è eroina di massa, la gente corre a vederla sognando inconsciamente la normalità senza il coraggio di accettarla, di coglierne l’eccezionalità, di vedere e godere la bellezza anche nelle piccole cose e nelle apparentemente piccole persone”. (Carlo Grande)

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Tecnologie e nuovi strumenti del comunicare: una breve riflessione di Chomsky

Avvenire domenica 26 gennaio sezione Agorà pag. 20

“CHOMSKY -Nella mente c’è il mistero dell’uomo”

Il linguista americano si trova a Roma in questi giorni e nell’articolo si racconta il suo intervento presso il Pontificio Consiglio della Cultura in tema di neuroscienze. Mi interessa la conclusione dell’articolo che si riferisce alle tecnologie e ai nuovi strumenti del comunicare:

“Questi [tecnologie e nuovi strumenti del comunicare] hanno portato a una maggiore vivacità rispetto ai media ortodossi, ma per effetto negativo hanno provocato la tendenza a sospingere gli utenti verso una visione molto più ristretta, perchè quasi automaticamente le persone sono attratte verso quei nuovi media che fanno eco allo loro stesse vedute (quindi, si dice in un altro punto dell’articolo, “chi si informa soltanto attraverso questi mezzi costruisce una visione molto più ristretta del mondo, perchè quasi sempre ottiene le risposte che confermano il punto di vista che già aveva”.)

Questa la frase di chiusura:

“Quando la tecnologia va oltre il senso comune ha un impatto forte e causa nuovi sistemi simbolici”

Perchè ho riportato questi pensieri? Trovo in queste parole/pensieri espresse da persone/studiosi autorevoli conferme allo spirito del nostro laboratorio: apertura, conoscenza, accuratezza, profondità… e questo mi dà entusiasmo e soddisfazione.

Approfondimento: Olivetti

Nel post precedente scrivevo le mie impressioni scaturite dalla lettura dell’articolo  del prof  “La rivoluzione digitale e il sogno di Adriano Olivetti”: la curiosità è stata solleticata. Ieri sera ho sfogliato il quotidiano “Avvenire” di  domenica 19 gennaio 2014, nelle pagine di Agorà mi imbatto in un articolo che subito attira la mia attenzione: “Olivetti e Maritain– Oltre il Capitalismo e il Marxismo” di Giuseppe Lupo.

Cerco l’articolo sul sito del quotidiano ma non lo trovo, ho solo la copia cartacea. Provo ad annotare i passi più significativi.

“Comunità” sta a “Esprit” come Olivetti sta a Maritain. Il pensiero di Maritain ha svolto un ruolo fondamentale nella formulazione dell’utopia di Olivetti e questo è stato più volte ribadito, meno noti sono i rapporti che il filosofo francese ebbe con la rivista “Comunità”.

Nel 1956 le Edizioni di “Comunità” mandano in libreria un un saggio sul pensiero politico di Maritain e questo ha lo scopo di acquisire il nome del filosofo e garantire un dibattito che si fece “viatico di un progetto umano, chiave di volta per un’Europa colpita a morte dalla follia dei regimi totalitari”.

Olivetti fece suo questo monito ed ereditò l’idea di organizzare la polis secondo un’impronta a misura d’uomo. L’elemento di discontinuità tra l’industriale piemontese e il filosofo francese è il tema della concretezza che per Olivetti diventa paradigma della ricerca e bussola di orientamento.

“Fondamentale è la fabbrica, pensata con l’obiettivo di realizzare bene comune e bisogni integrati, di trovare un equilibrio tra amicizia e libertà, beni materiali e ricchezza spirituale. Siamo passati dalle idee alla prassi, dai libri alle macchine”.

Mi viene un’idea che non vuole mancare di rispetto a queste persone così grandi e alle loro idee: ho provato a sostituire fabbrica con scuola e il risultato non è male, anzi…

Il twett prende vita

Tre settimane fa ho visto un twett del prof che recitava “Fatto rivelatore campi elettromagnetici minimale con Arduino”: ho subito pensato che si sarebbe trattato di qualcosa di interessante, ma al tempo stesso ero curiosa di capirne di più ed ecco che oggi è arrivata la spiegazione.

Il post è un condensato di filosofia, fisica, matematica, storia, etica.

Le  idee/riflessioni che mi porto via in particolare sono:

  • lo sfruttamento disumano di certi ambienti in cui vengono realizzati prodotti che maneggiamo spesso quotidiamente, di sovente  ignari di cosa ci sia dietro,
  • il concetto di open sources electronics, un concetto del tutto innovativo e che personalmente non conoscevo,foto(3)
  • e questa immensa riflessione che ti arriva dentro e bum! ti dà una scossa, perchè sei un insegnante e sai quanto siano vere queste parole e vorresti farle tue, subito, trasformare il tuo lavoro, fare cose grandi per i tuoi alunni: “Si possono immaginare azioni didattiche ricchissime, alla Don Milani. Su un esperimento con Arduino si possono innestare ragionamenti di fisica, matematica, logica, economia, tecnologia, storia, arte; si lavora con le mani, vivaddio; ci si confronta con la realtà. Azioni, multidisciplinari, trasversali. Esattamente ciò che manca a una formazione burocratizzata, soffocata nei recinti disciplinari. Mera istruzione, insufficiente per conoscere il mondo, ma pare anche per lavorare”. (A. Formiconi) Sono anche le riflessioni  di Cliff e del suo gruppo di insegnanti contenute nell’articolo che stiamo traducendo  nel laboratorio collocato in wikispaces.

Scrittura collaborativa

Nel laboratorio il prof ci propone la traduzione dell’articolo (lo scrivo direttamente in italiano) “Espandendo la zona di capacità riflessiva: unendo percorsi diversi”

L’articolo è in inglese: questo può costituire un problema.

Per me lo è, sicuramente.

Eppure il prof scrive di “creare valore al problema”. E così è stato!

Le mie competenze in inglese sono a livello elementare, soprattutto per quanto riguarda la competenza dello speaking, la competenza relativa alla comprensione è un filino più alta, però mi butto e inizio a tradurre. Mi metto alla prova con il paragrafo “I partecipanti”, perchè mi sembra alla mia portata e accessibile alle mie capacità. Mi cimento e riesco a tradurre. Provo una grande soddisfazione che presto si trasforma in motivazione e la motivazione in energia che mi porta a provare ancora, anche con le parti più complesse. Ad un certo punto del mio gironzolare nel brano da tradurre mi imbatto in una sezione  già avviata da altri e qui incontro una “compagna” del lavoro collaborativo, Claude: io vivo la sua presenza e i suoi interventi come un sostegno e un incoraggiamento.

Ora sto continuando a tradurre, con calma (la scuola è ripresa, nella tranquillità delle vacanze natalizie era più facile approdare al wiki), ma la calma, intesa come opportunità di concentrarsi sulla qualità e quindi di lavorare bene, è proprio un ingrediente base del laboratorio.

Da questa esperienza ne ricavo:

  • l’importanza della motivazione e della capacità del maestro di saperla tirare fuori da ognuno dei suoi alunni,
  • la voglia di conoscere e imparare che non va spenta, ma alimentata in continuazione,
  • imparare “sporcandosi le mani”,
  • la conferma della validità dell’apprendimento collaborativo chedi  solito chiedo ai miei alunni e che questa volta, più di altre, ho vissuto in prima persona,
  • un assaggio del modello di apprendimento denominato Connettivismo: “è il web stesso  a costituire e dar luogo e forma all’apprendimento” (Boca Pace Severino- Apprendimento- Relazioni sociali e nuove tecnologie – Edizioni Unicopli) E ancora “Il connettivismo pone l’accento sulla possibilità dei soggetti di attuare una scelta consapevole rispetto a ciò che vogliono imparare definendo essi stessi i percorsi del proprio apprendimento in funzione delle necessità  e dei problemi che sono chiamati ad affrontare” (opera citata).

Ecco, riprendo e chiudo con quello che ho scritto in apertura: c’è stato un problema, ma mi è stato possibile definire un percorso gratificante che mi ha portato ad affrontarlo, risolverlo e trasformarlo in risorsa.

“Il mito dei nativi digitali”

Ho letto sul quotidiano La Stampa, tempo fa, un articolo di cui ho riportato il titolo e che mi ha molto interessato, ho cercato traccia di questo articolo nell’archivio sul sito del giornale, ma invano.

Oggi l’ho fininalmente trovato, ci sono arrivata attraverso il blog dell’autore, Alessandro D’Avenia

Provo a riassumerlo o a riportare quei concetti che mi hanno coinvolto maggiormente.

Perchè mito? Secondo l’autore si tratta di un mito, perchè nell’uso generico di smartphone, social, pc i nativi digitali, i ragazzi,  sono rapidissimi, ma quando si tratta di operazioni più complesse…chiedono aiuto. ( Non è la stessa premessa che ci ha fatto il proofessor Formiconi nel post “Vediamo un po’ di HTLM” E perché no, per pavoneggiarsi con i nativi digitali, in realtà quasi sempre molto incompetenti, meri cliccatori compulsivi”  !?!)

Il mito in fondo altro non è che una narrazione in cui nascondiamo un altro mostro: la paura. La paura della rapidità del progresso di questi anni, dei ritmi di vita a cui siamo sottoposti con la conseguenza che il dialogo tra generazioni, già di per sè arduo, si inceppa ancora di più.

Non è ridurre la Divina Commedia in twett da 140 caratteri inviati da Dante a renderla interessante agli occhi di un sedicenne.

La tecnologia (dalla lavagna al tablet) resta quella di sempre: un alleato per afferrare lo stato di veglia dei ragazzi e incanalarlo verso l’attenzione. Ma l’attenzione resta compito di inseganti ed educatori, dotati della tecnologia eterna della “parola”.

Il mostro è la mancanza di disponibilità all’ascolto, a spendere tempo di qualità per i ragazzi.La motivazione di uno studente è dentro di lui e viene attivata dal docente: non c’è nessun dispositivo che possa far miracoli in tal senso.

Ma noi, pur di non guardare in faccia il mostro, chiediamo miracoli al dio scintillante della tecnologia.

Un intervento sul cyberbullismo di G. Nicoletti

Il cyberbullismo si combatte con il Codice, ma si combatte anche con la cultura digitale.
Un minuto di Gianluca Nicoletti

In questa esperienza di alfabetizzazione del cyberspazio mi sembra importante una riflessione sul cyberbullismo, consapevole che non basta il video di Nicoletti per esaurire il problema del bullismo in rete.

Mi sembra però che l’osservazione del giornalista sia in linea con la filosofia del laboratorio: non basta un codice, occorre una cultura, quindi  conoscenza,  competenza e consapevolezza, quel filo rosso che si muove con leggerezza, ma forza, ed eleganza, nei post di #loptis.